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  1950-1965 GLI ULTIMI 15 ANNI DI CIVILTA CONTADINA

IL LAVORO NEI CAMPI NELL’ALTA VAL CURONE

La ricchezza degli abitanti dell’Appennino Ligure Piemontese era espressa essenzialmente dalla quantità di terra posseduta da ciascuna famiglia. Tanta terra significava ricchezza, poca terrà miseria e povertà. Una parte del suolo era coltivato, ma una parte rimaneva di riserva, sotto forma di bosco ceduo, per essere dissodata quando lo sviluppo demografico avesse richiesto un incremento di produzione e di riserve alimentari. Quando il nucleo familiare cresceva, il bosco ceduo veniva in parte utilizzato, attraverso l’abbattimento delle piante, la ripulitura del suolo e la sistemazione a terreno coltivabile. La stagione più propizia per queste operazioni era l’autunno e si protraeva fino a quando la neve non avesse ricoperto abbondantemente il terreno. La sistemazione a superficie coltivabile richiedeva anche una abbondante concimazione, effettuata con letame che era trasportato con le benne, cioè con ceste caricate sulla slitta.. Se sul terreno messo a nuova coltura, si pensava di seminare patate o fagioli, occorreva anche  una attenta vangatura. Il terreno arato era poi redistribuito su tutta la superficie , soprattutto mescolando la terra ricavata dalla parte superiore con quella tratta dalla parte inferiore del campo.Le molte divisioni di assi ereditari e le compravendite di terreni avevano provocato una diffusa frammentazione di terreni che già di loro natura erano scoscesi, ripidi e molto sassosi. Era quindi sempre utile una operazione a posteriori di spietramento, dove i sassi emersi dal terreno erano raccolti in ceste di vimini e portati ai bordi del campo. Quindi si raccoglievano e frazionavano altre pietre con l’erpice, oppure con la zappa.In genere la cultura era biennale, seminando due anni a grano, poi due anni a mais o ad orzo, segale, ceci, rape,  patate e poi due anni di coltura foraggiera, come trifoglio, erba medica, veccia.Per la semina, erba e grano erano sparsi dallo stesso contadino, utilizzando una cesta di legno appesa ad un braccio e usando l’altro braccio per spargere la semenzte L’area di semina era delimitata con paletti lungo il perimetro, in modo da non sprecare semente e non incidere nei diritti di terzi, soprattutto dove il terreno era molto frazionato. Subito dopo il suolo era erpicato con l’attrezzo trainato da mucche, perché i semi entrassero nel terreno. Infine lungo il perimetro del campo il contadino tracciava con la zappa dei solchi trasversali, in modo da far scolare le acque che non dovevano rovinare il terreno appena seminato, o, peggio, sommergerlo.La semente, diversamente da oggi, non era acquistata, bensì autoprodotta, scegliendo l semi delle piante che erano cresciute più prosperose. Se ciò era facile per il frumento o la segale che si sviluppavano in altezza, era invece un problema per raccogliere la semente di piante che rimanevano basse, come il trifoglio, per il quale era usato un particolare rastrello a contenitore.L’erba era tagliata almeno tre volte all’anno con la falce. Essa era quindi sparsa sul terreno, fatta essiccare, raccolta in mucchi e per essere certi di non aver perso anche la minima parte di raccolto, tutto il prato era poi accuratamente rastrellato. Il fieno, così pronto, era caricato con forche su di un particolare mezzo di trasporto, detto stantoia,  posta sopra la lesa o slitta che, trainata dalle mucche, era portata a strascico fino al Paese e depositata nella cascina per l’inverno. Ogni zona che poteva produrre erba veniva accuratamente esaminata e si raccoglieva anche il poco foraggio che rimaneva sui pascoli del versante di Val Curone dei monti Bogleglio e Carmo.Non si trascurava di raccogliere l’erba che cresceva anche sui bordi dei campi. In questo caso si usava il falcetto e quanto raccolto era posto in gabbie di vimini e portata in spalla al Paese. Onde assicurarsi che la falce desse buon risultato, occorreva affilarla con un apposito sasso e batterne la parte tagliente della lama con un martello o attrezzo consimile.Il grano era tagliato tutto a mano, usando il falcetto, dopo essere stato raccolto in covoni, caricato sulla stantoia collocata sulla slitta che le mucche trainavano in paese per essere messo in cascina in attesa della battitura.Altro lavoro autunnale era il taglio dei rami di rovere, ancora carichi di foglie, raccogliendoli in fascine che, dopo il solito trasporto su slitta, erano conservati nella cascina. Durante l’inverno i rami erano privati delle foglie che venivano fatte mangiare alle mucche. Questa operazione si diceva sbrughè. Sempre in autunno donne e bambini tagliavano i ginepri, li stendevano su tessuti di iuta, li lasciavano essiccare e poi li  battevano per ricavarne le bacche, destinate poi alla vendita.Ogni famiglia aveva poi un orto più o meno grande, dal quale si traevano insalata, bietole, zucchine, carote, fagioli, coste, piselli, verze ed altre verdure. Poiché gli’orti richiedono disponibilità d’acqua, essi venivano posizionati in modo da poter prelevare l’acqua dei rii e delle sorgenti  che scendevano da monte e che venivano deviati in piccoli canali appositamente fatti. Laddove era possibile l’acqua era raccolta in vasche o bacini, onde far fronte alle necessità.Nei campi e specialmente verso i lati degli appezzamenti erano piantati alberi da frutto che assicuravano una produzione di pere, mele, fichi, noci edei  filari d’uva per il consumo come frutta.Il legname era una risorsa importante per le famiglie dell’alta Valle che con esso si scaldavano, producevano carbone di legna e ne ricavavano un poco di contante. Ogni famiglia  aveva bisogno di un centinaio di quintali di legna all’anno per scaldare la casa, ma vi era chi riusciva a venderne anche 200 - 300 quintali all’anno..Le varietà di piante più diffuse erano rovere, faggio e carpine o carpo. Le piante erano abbattute servendosi dell’accetta, mentre quelle di diametro superiore alla media richiedevano l’uso del segone e talvolta di maestranze specializzate che operavano in squadra, i cosidetti resegotti. Dopo aver sbrancato le piante con accetta e potatoio, si lavorava sul tronco che era sezionato ogni quattro metri circa. La ramaglia era raccolta in fascine, legate con un ramo di nocciolo e servivano per attizzare il fuoco nella stufa. Il legname era poi trasportato vicino alla strada e qui era caricato a mano sulle slitte che, trainate dalle mucche, la portavano al Paese che poteva distare anche qualche chilometro.Il legname che alimentava stufe e camini delle case, era caricato su di un trabiccolo di legno ed era preparata in pezzi di 30 - 40 centimetri. Il tutto finiva in cascina, in attesa del consumo.Un uomo per famiglia doveva dedicare quattro o cinque giornate annue di lavoro per opere di comune interesse, come eredità di quella che era stata la pars dominica della originaria  concessione signorile dei terreni. Un responsabile, eletto annualmente, guidava il lavoro dei prestatori d’opera. Le famiglie che non aveva uomini validi per compiere questi lavori, contribuiva con quote in denaro.

GIUSEPPE BONAVOGLIA

SECONDINO CAVALLERO