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1950-1965 GLI ULTIMI 15 ANNI DI CIVILTA CONTADINA I BAMBINI NELL’ALTA VAL CURONE “La mia generazione ha visto morire una più che millenaria civiltà, la civiltà contadina , un modo di vivere che si era conservato per almeno duemila anni, innestandosi sul primitivo ceppo della cultura silvo pastorale, dove l’uomo sfruttava ciò che spontaneamente cresceva nei boschi, sugli alberi e pascolando nelle selve, maiali, greggi e armenti. E il tramonto può essere datato, secondo i luoghi del nostro Appennino, dal 1950 al 1965.” Così ricorda con nostalgica memoria Secondino Cavallero, fra coloro che più hanno dato perché la scomparsa di quella civiltà non fosse un naufragio che non lascia traccia ma un patrimonio di saperi, meritevole di essere passato alle generazioni future, paghe del loro modo di vita ed ignare di quanto è successo prima di loro, figli di generazioni che sembrano poter permettere tutto a tutti. Il necessario ed anche il superfluo. “Come si viveva in un paese di montagna, negli anni della tua giovinezza? Cominciamo ad esempio dal modo di vestire.” “ Gli abiti erano conservati con cura, direi quasi con sacralità, perché quel poco che avevamo era usato nella prospettiva di essere passato dal figlio più grande a quelli che, in scala di età, lo seguivano, o eventualmente a famiglie di parenti ed amici. In inverno usavamo zoccoli di legno rudimentali, fatti in famiglia o al massimo, in paese, mentre d’estate tutti camminavano a piedi nudi. A sei anni si entrava nel circolo produttivo della famiglia, portando gli animali al pascolo o badando a quanto si allevava in cortile, come pollame e conigli o all’orto di famiglia.Il gioco copriva una parte assai scarsa del tempo libero, perché tempo libero in pratica non ne possedevamo. I giocattoli, pressoché inesistenti e quando esistevano, molto grezzi, erano sostituiti dalla fantasia dei giovani. Si inventavano i giochi che si potessero fare e modificare senza impiego di mezzi o si trasformavano in giocattoli oggetti di uso comune, magari divenuti inservibili all’uso per il quale erano stati realizzati. Tutto poteva diventare un giocattolo, manifestando e sviluppando interessi che avrebbero guidati, da grandi, alla scelta di una professione.”“ Quindi non vi erano prospettive di avanzamento sociale...”“ In paesi come Lunassi si nasceva senza assistenza della levatrice e poiché non esistevano famiglie benestanti, ma solo più o meno povere, le possibilità di una eventuale scelta professionale era molto limitata, restringendosi alla coltivazione di quella poca ed avara terra che rappresentava il patrimonio della famiglia e nella cura del quale si erano consumate le vite dei propri antenati o nell’esercizio di qualche attività artigiana tradizionale. Ma in questo caso occorreva avere una attrezzatura, motivo per il quale la scelta era quasi fattore ereditario,”.“E le cure pediatriche ed infantili alle quali i genitori di oggi sono tanto attenti?”“ Anche le cure ai bambini erano ispirate a un manuale non scritto, tradizionale, che le donne si trasmettevano lungo le generazioni. I bambini nati da poco dovevano essere fasciati strettamente, in modo che le braccia e le gambe restassero ben diritte, nutriti con il latte materno anche oltre i sei mesi dalla nascita. La mortalità infantile era altissima, con percentuali di bimbi morti che raggiungevano il 40 - 45 % nei primi cinque anni di esistenza. I neonati erano riposti in rozze culle di legno o di vimini che passavano da un figlio all’altro nello stesso nucleo familiare. Negli anni Cinquanta fummo testimoni di un modo di vivere che ripeteva senza molte varianti quello del Settecento.Ciò che ai piccoli non mancava era lo spazio libero, nel quale dare vita ai momenti, piuttosto rari, di gioco. I genitori e gli anziani non li perdevano d’occhio; erano al fianco dei più piccoli ad insegnare loro il senso di responsabilità e l’esistenza di una gerarchia.Attraverso la gerarchia si insegnava al bambino che il suo volere non contava, che dire lo voglio era proibito e che se avesse deciso con i propri mezzi ed avesse sbagliato, la punizione lo avrebbe colpito senza appello, con la certezza dell’applicazione delle regole che non ammettevano eccezioni.. L’esperienza doveva essere fatta dal bambino, a spese sue ed era questa una via che insegnava molto più di tante parole, apprendendo dal concreto quali erano gli strumenti da evitare di usare o da usare con cura.Imparato a camminare, il bambino diventava padrone dell’aia e delle stradine selciate vicine, intento a rincorrere galline e conigli, gatti e cani e rientrando a casa con le mani e le gambe segnate da lividi e piccole ferite. Per le bambine l’unico lusso permesso era di giocare con qualche bambola di pezza ( la bigota ), confezionata dalle donne adulte della casa con materiali di recupero. Questo modo di vivere contrassegnava gli anni da quando si imparava a camminare fino ai tre anni. Intorno a quattro anni, il bambino entrava nel gruppo dei più grandicelli, che lo rendevano partecipe dei loro giochi, quali nascondino, guardie e ladri, taglè ,il calcio con un pallone fatto di stracci e segatura. Al rientro i genitori osservavano attentamente per notare i segni che il gioco aveva lasciato sui vestiti, sulla pelle e sullo stato fisico del bambino, con correzioni apportate a suono di scapaccioni. La cosa più punita era però la denuncia di eventuali liti o scontri fisici con gli altri partecipanti al gioco. I genitori si facevano raccontare i fatti dal bambino, che era caricato dalla presunzione di colpevolezza ed avrebbe ricevuto dai genitori anche ciò che era stato risparmiato dai compagni. Erano guai soprattutto se si fosse mancato di rispetto ai compagni od a qualche superiore, quale il maestro o il parroco”. “Ignoravate la presenza di un mondo tutto diverso da quello nel quale vivevate?”“ Che fuori dai nostri monti esistesse un altro mondo pensavano a ricordarcelo di tanto in tanto gli emigranti, specialmente negli Stati Uniti, che inviavano pacchi contenenti abiti, dolciumi ed altri giocattoli. Tutti rimanevano abbacinati dall’idea che oggetti di quel tipo facessero parte del normale modo di vita di altre popolazioni.Impossibile era descrivere la felicità di un bambino che si trovava in mano giocattoli che neppure poteva o sapeva immaginare. Nulla al mondo era paragonabile alla gioia che provava quel bimbo. La felicità sprizzava da ogni lembo della sua pelle che vibrava di incredibili sensazioni. Penso che i parenti che vivevano in America non riuscissero neppure ad immaginare quanta gioia e quanta felicità stavano arrecando ai bambini dei nostri paesi quando nel pacco inserivano qualche giocattolo.”.“ Quali erano e come trascorrevate le principali festività?”“ Un grande giorno di festa era quello dell’allestimento dell’Albero di Natale, un evento che era atteso e progettato per tutto l’anno. L’albero non era né un pino, né un abete, ma solo un selvatico ginepro dei nostri boschi, al quale erano appesi oggetti di uso per noi straordinario, quali mandarini, aranci, noci, qualche caramella, qualche biscottino di produzione casalinga e, a completamento, un paio di ometti di cioccolato rivestiti in carta stagnola. A Natale nessuna famiglia del Paese poteva permettersi di fare regali o di allestire qualche premio per i bambini. Il massimo consentito ai bambini era di staccare dall’albero qualcuno degli oggetti che vi erano appesi e mangiarli, lentamente e voluttuosamente, come il più bel regalo del mondo.A Capodanno i bambini festeggiavano alzandosi prestissimo e ritrovandosi in piazza. Nessuno aveva la sera prima festeggiato con cenoni e veglie. Prendevano con sé alcuni cestini richiudibili superiormente e iniziavano a presentarsi alle diverse famiglie portando gli auguri di buon anno. C’era una particolare formula di augurio che veniva recitata ad ogni porta: Buon giorno, buon anno, datemi il salame! Il salame sono io, datemi qualche dono.La richiesta del salame era evidentemente una esagerazione, perché chiedere un salame era come chiedere l’oro e nessuno avrebbe adempiuto ad una tale richiesta. Perciò il bambino ripiegava subito su richieste più realistiche, affermando che il salame, cioè l’ingenuo era lui e che si sarebbe accontentato di qualche piccolo dono. In effetti la questua faceva affluire nel cestino noci, nocciole, arachidi, qualche mandarino, qualche caramella e più raramente dei cioccolatini. I ragazzi, terminato il giro delle case, si ritrovavano fra di loro per la spartizione di quanto raccolto.Un’altra circostanza che introduceva diversità era la Settimana Santa, quando la chiesa aveva le campane legate ed i bambini sostituivano il suono delle campane con le raganelle e vari battenti per avvertire che era giunto mezzogiorno, che era l’ora delle funzioni religiose, che si avvicinava l’Ave Maria che segnava la fine della giornata. Era un momento nel quale il bambino si sentiva investito di una funzione pubblica e pareva disporre da padrone del tempo.”“IL Paese viveva quindi nell’ambito chiuso del proprio mondo...”“ Nella statica vita del Paese, poche erano le occasioni nelle quali si vedeva arrivare qualche forestiero.Con gran fatica il giorno della festa di Lunassi, Sant’Anna, saliva in paese un uomo con un carretto trainato da un cavallo o da un asino per vendere i gelati che teneva in vaschette con il ghiaccio intorno. I bambini raccoglievano i propri risparmi per mangiare il gelato, poi il poco denaro finiva e svanivano i sogni, sostituiti dal rimpianto della festa passata.Un altro frequentatore più regolare nel tempo era il venditore di frutta che veniva da San Sebastiano e che era chiamato Sampeu. Saliva con un calesse trainato da un cavallo e si fermava presso la casa della famiglia Gatti, esponendo la sua merce, fra l’entusiatico accorrere dei bambini che ammiravano tutta quella varietà di frutti che spesso rimanevano per loro solo un desiderio.C’era poi l’occasione della trebbiatura, quando salivano in paese i mezzi agricoli per la battitura del grano. Per i bimbi era grande onore riuscire a farsi assegnare un posto per la preparazione dei fili di ferro con i quali legare le balle di paglia. Molto spesso veniva istituito un turno per fare in modo che nessuno si sentisse escluso.”“ E l’attenzione verso i propri defunti come si manifestava?”“ Una tradizione antica che a Lunassi si è conservata fino a metà degli anni Sessanta è stata quella di preparare la panissa la sera del primo novembre, giorno dei Santi.Sia i più piccoli che i più grandicelli visitavano tutte le case, facendo raccolta di quanto sarebbe servito per preparare una buona panissa: riso, lardo, cipolla, olio, salamini, formaggio stagionato, fagioli, ceci. Poi portavamo il tutto a quel paio di famiglie che si prestavano per preparare la panissa. Alla sera, dopo le nove, i bambini che avevano raccolto gli ingredienti al mattino, portavano ad ogni famiglia del Paese un piatto di panissa. Una parte era degustata , ma una parte era lasciata nel piatto, sul tavolo apparecchiato ed era destinata ai defunti della famiglia che sarebbero tornati nottetempo nelle case dove avevano vissuto, avrebbero consumato un poco di panissa e sarebbero andati poi a riposarsi sui letti che le donne, dopo una sveglia molto mattutina, avrebbero debitamente preparati ““ Quali sono i tuoi ricordi di scuola?”“ La scuola altro non era che la stanza qualsiasi di una casa, dove erano disposti rustici banchi, una cattedra, una lavagna con i gessetti, una stufa ed un armadio che conteneva qualche libro e sui banchi il calamaio con penna e pennino. La didattica era impostata dal maestro o dalla maestra, secondo lo schema delle pluriclassi, perché nella stessa classe convivevano tutti i bambini dalla prima elementare alla quinta. Al riscaldamento pensavano gli stessi alunni, portando ogni mattina d’inverno un pezzo di legno per alimentare la stufa. La neve cadeva d’inverno con grande abbondanza sui nostri monti ed all’uscita di scuola i bambini si dedicavano a costruire pupazzi di neve, a perforare i cumuli di neve con gallerie, a sciare o slittare con rudimentali sci o piccole slitte costruite in famiglia. D’obbligo era poi una gran battaglia con le palle di neve che precedeva il ritorno a casa dei bambini, bagnati, fradici, intirizziti dal freddo ed appagati di tanto gioco. Per chi era indisciplinato a scuola le punizioni erano le tradizionali, mettersi in ginocchio, essere messi dietro la lavagna o essere espulsi dall’aula e costretti a stare fuori dalla porta.”“ Quando la scuola terminava per le vacanze, che cosa impegnava il vostro tempo?”“ Quando si era liberi dagli impegni scolastici, i bambini erano impiegati per portare le mucche al pascolo, anche se, in realtà erano le mucche, quelle della formidabile razza bionda tortonese, che trascinavano i ragazzi, attaccati alle loro code, ancora insonnoliti, su per i monti. La sveglia era alle sei del mattino, si faceva una veloce colazione, si preparava un sacchetto di tela con pane e formaggio che era messo a tracolla A sette od otto anni il bambino cominciava a seguire la famiglia nel lavoro campestre ed a raccogliere erbe commestibili ed officinali che erano poi vendute ad un grossista di Salogni, tale Rigon.Un segno di promozione sociale era per i bambini più svelti e laboriosi, quello di poter essere ammessi a frequentare l’osteria del Paese, dove dovevano sottostare però alla gerarchia degli anziani e rendersi disponibili per effettuare piccole commissioni e lavori ausiliari.A quattordici anni, con i genitori, i ragazzi cominciavano a lavorare sotto padrone ed a provare l’esperienza della migrazione stagionale nelle pianure del Vercellese per la monda o la trebbiatura del riso.. Era una esperienza di lavoro durissima che impegnava per almeno dieci ore al giorno, vivendo alloggiati in cameroni con materassi di paglia e con una alimentazione piuttosto scarsa.Intanto a San Sebastiano aveva preso a funzionare l’avviamento professionale e qualcuno dei ragazzi di Lunassi, a fine anni Sessanta, si era iscritto. Era un sacrificio non da poco perché la partenza da Lunassi avveniva, d’inverno, a piedi, con sveglia alle 5, per raggiungere Garadassi dove passava la corriera. Erano quattro chilometri in andata e quattro al ritorno. In primavera ed autunno l’uso della bicicletta alleviava un poco questa fatica.Quello che ho narrato sono i ricordi di vita di un mondo ormai completamente sommerso dalle novità che stanno omologando il modo di vita di tutti i luoghi e di tutti i Paesi. Ciò che più mi addolora è però vedere che vi è chi ha età ed esperienza per ricordare, ma preferisce fingere di non avere mai vissuto in quel modo e rinnega le proprie origini.Molti sono stati quelli che, mettendo a frutto le lezioni apprese sui monti, hanno applicato capacità, serietà, caparbietà e disciplina ed hanno saputo realizzare la loro vita, creando attività economiche e lavoro per altri.Certamente abbiamo perso una scuola di vita, abbiamo visto scomparire una civiltà che sembrava riprodurre ancora cinquanta anni or sono le pagine che illustrano le vicende economiche nel Monastero di Bobbio, nelle pagine di quel Codice Diplomatico. Sarebbe sbagliato rifiutare il progresso, ma forse è altrettanto sbagliato dimenticare di essere stati protagonisti ultimi di quel modo di vivere.” GIUSEPPE BONAVOGLIA |










































